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Breve storia del data journalism

Dagli anni '50 ai giorni nostri, dal calcolatore elettronico al metodo scientifico.

A prescindere dal nome post-moderno, il data journalism ha una storia che viene da molto lontano. Alcuni lavori pionieristici risalgono addirittura all’800, ma lo stesso giornalismo moderno all’epoca era nelle sue fasi iniziali. Il quotidiano inglese The Guardian, che del data journalism ha fatto una sua bandiera, nel 2013 ha prodotto un documentario in due parti in cui Simon Rogers, all’epoca data editor del giornale, racconta la storia dell’uso dei dati in ambito giornalistico dal 1821 in avanti: “History of data journalism at the Guardian“.

Al di là dei pionieri, comunque, la svolta è stata l’introduzione negli anni ’50 del calcolatore elettronico all’interno dei processi industriali, il che ha reso molto più semplice raccogliere ed elaborare serie di dati per qualsiasi scopo (militare, scientifico, quindi giornalistico). Formalmente, invece, il data-driven journalism propriamente detto viene fatto nascere nel 2009, anno in cui il termine comincia a circolare tra gli addetti ai lavori.

1952: il Computer Assisted Reporting

Il primo uso del computer a fini giornalistici risale al 1952 negli USA: l’argomento è la politica e l’obiettivo del network americano CBS è misurare il risultati delle elezioni presidenziali. Nasce così il C.A.R. (Computer Assisted Reporting), la cui storia è ben raccontata in un articolo di MediaShift intitolato “How Computer-Assisted Reporters Evolved into Programmer/Journalists“. In ambito di politica il tema dei dati è da sempre rimasto cruciale, a maggior ragione oggi nell’era dei social network.

1967: i moti di Detroit

Nel 1967 Philip Meyer consacra questa pratica con un’inchiesta di successo: dopo alcuni moti di protesta a Detroit, alla base dei quali era stata immediatamente indicata una motivazione razziale, Meyer parte da un sondaggio per dimostrare che i bianchi hanno la stessa probabilità dei neri di essere coinvolti in eventi di questo genere. L’inchiesta viene pubblicata su Detroit Free Press, una testata del gruppo Knight Newspapers, e riceve il premio Pulitzer lo stesso anno. Philip Meyer ne racconta e commenta i retroscena su Nieman Reports l’anno successivo nell’articolo “1968: A Newspaper’s Role Between the Riots“.

1973: il giornalismo di precisione

Nel 1973 Meyer stesso fonda il giornalismo di precisione (traduzione letterale del termine precision journalism), coniugando uso della tecnologia e metodo scientifico all’interno del processo di produzione delle notizie. Dalle sue riflessioni originate dal lavoro sul campo nasce un libro che diventa uno dei capisaldi del settore: “The New Precision Journalism“. Scritto tra il 1969 e il 1970, viene pubblicato nel 1973 e poi con una nuova edizione nel 1978. L’ultima ristampa è nel 2001, mentre in Italia viene tradotto e importato solo nel 2006 con il titolo “Giornalismo e metodo scientifico: ovvero il giornalismo di precisione“.

2009: nasce il Datablog del Guardian

Nel 2009 comincia a circolare il termine che racchiude tutte le peculiarità del giornalismo guidato dai dati e in Europa la prima testata a farlo suo è il The Guardian inglese, che nello stesso anno apre un blog per discutere e commentare tutto ciò che con i dati ha a che fare: nasce il Datablog del Guardian, fin dall’inizio punto di riferimento e fonte di ispirazione per tutti i data journalist europei.

2012: le inchieste #PatrieGalere e #ScuoleSicure

In Italia il primo lavoro di data journalism che si definisce in questi termini viene realizzato nella primavera del 2012 da Jacopo Ottaviani per il Fatto Quotidiano e riguarda un’analisi dei decessi in carcere dal 2002 al 2012. L’inchiesta, denominata “Patrie Galere”, è corredata da una mappa interattiva che mostra luoghi, numerosità e cause dei decessi e ha ispirato la creazione di un twitter-osservatorio sul tema, una forma di database journalism.

Nell’autunno dello stesso anno esce in varie puntate su Wired Italia l’inchiesta “Scuole Sicure” sui dati delle opere di messa in sicurezza delle scuole italiane in funziona antisismica, a firma di Guido Romeo, Marco Boscolo, Elisabetta Tola e altri collaboratori. In questo caso il lavoro è di squadra e vede la partecipazione di giornalisti, sviluppatori e designer e porta anche a una campagna per l’apertura dei dati (rivolta alle istituzioni) e per la loro raccolta dal basso (una forma di campagna di crowd-sourcing rivolta a insegnanti e genitori).

2014: i Data Journalism Awards per la prima volta in Italia

Nel 2012 la Global Editors Network bandisce la prima edizione dei Data Journalism Awards, il primo premio internazionale dedicato ai lavori giornalistici basati sui dati. La terza edizione del 2014, che prevede una decina di premi per altrettante categorie di concorso, premia l’inchiesta europea “The Migrants’ Files” sulle vittime delle migrazioni nel Mediterraneo dal 2000 al 2013, un lavoro di ideazione italiana che ha visto lavorare insieme una dozzina di giornalisti da sei paesi differenti. Anche l’edizione successiva del 2015 vede la vittoria di un italiano, Matteo Moretti, con la sua inchiesta “People’s Republic of Bolzano” sulla comunità cinese a Bolzano.

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