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Fare giornalismo con i dati

Due competenze specifiche: analisi dei dati e capacità di comprendere e usare le moderne tecnologie digitali. In un ecosistema di comunità aperte sempre connesse.

Pensare oggi alla frase «voglio fare il giornalista», a differenza di quanto dicono in tanti, è ancora assolutamente sensato. Non c’è mai stata un’epoca nella storia dell’umanità nella quale il numero di lettori fosse così elevato, né durante la quale siano avvenute tante sperimentazioni in ambito della comunicazione umana. Per farsi un’idea basta dare un’occhiata (in certi casi bastano anche solo i titoli) alle predizioni del futuro secondo un gruppo di esperti coinvolti dal NiemanLab, una delle bussole dell’informazione contemporanea globale.

Analisi scientifica e tecnologie digitali

Uno degli elementi di questo fermento è certamente il Data Journalism, una specializzazione del giornalismo basata su due competenze specifiche: analisi dei dati e capacità di comprendere e usare le moderne tecnologie digitali.

Next time you run a Google search, think about the fact that it’s just one of 2 million that Google will receive in that minute

Con questa frase, Allegra Tepper su Mashable coglie una delle peculiarità dei tempi moderni. Da tutta questa messe sterminata di dati si possono estrarre informazioni di ogni genere, anche giornalistiche. Il quotidiano inglese The Guardian ha fatto del motto «the facts are sacred» la sua bandiera (e un libro-manuale di successo) e spiega attraverso le parole di Simon Rogers (per anni data editor del giornale) in un documentario del 2013 che ti consiglio di guardare: “What is data journalism at the Guardian?“.

Gli elementi di novità principali riguardano da un lato l’introduzione (o la maggiore diffusione) del metodo scientifico in ambito giornalistico e dall’altro un contesto tecnologico in rapidissima evoluzione con l’aumento esponenziale della quantità di dati a disposizione e la diffusione progressiva di metodi e tecnologie che ne rendono più semplice l’uso. Date queste premesse è chiaro che la professione giornalistica richiede, e richiederà sempre di più, l’apprendimento di nuove competenze. Chi non si adegua ha ben poche possibilità di farcela. Chi ne è convinto fin da oggi, invece, ha le carte in regola per giocarsela.

Trovare, pulire, esplorare, visualizzare

L’uso dei dati nel giornalismo non nasce oggi, ma vedrai che ha una lunga tradizione che si intreccia con lo sviluppo del giornalismo moderno. L’avvento dell’informatica e del web ha però impresso un’accelerazione significativa a questo approccio quantitativo al giornalismo, tanto dal richiedere un nome specifico che ne delineasse i confini e le peculiarità.

Che tu sia un esperto in analisi dati o al contrario un esperto in comunicazione, scoprirai come il lavoro che dai dati porta alla notizia si articola sostanzialmente in quattro fasi principali:

  1. una fase di ricerca del dato, più o meno pubblico, più o meno aperto, più o meno strutturato;
  2. una di pulizia e arricchimento del dato che permetta un’analisi successiva significativa e a prova di errori;
  3. una di esplorazione e analisi che evidenzi i nessi nascosti all’interno di uno o più set di dati, faccia emergere suggerimenti e indicazioni per ulteriori approfondimenti, tramuti il dato grezzo in informazione e, infine, in notizia;
  4. un’ultima fase di comunicazione, verbale ma soprattutto visiva, del dato elaborato che mostri esplicitamente all’utente finale, al pubblico, ciò che prima non era visibile: la notizia.

A questi si possono aggiungere ulteriori momenti successivi a seconda della natura del lavoro giornalistico pubblicato: una fase di disseminazione delle conclusioni dell’inchiesta in varie forme, una di monitoraggio e raccolta e analisi dati dell’impatto del lavoro sulla società o comunque sul target di riferimento, una di coinvolgimento e attivazione di comunità a fini di pressione sulle istituzioni (promozione di una raccolta firme per una petizione, per esempio) o per la raccolta e l’elaborazione di ulteriori dati e informazioni (gestione di una campagna di crowd-sourcing, per esempio).

Una rete di comunità aperte

Ogni fase richiede una sinergia tra competenze diverse, nell’era dell’informatica anche profondamente tecniche. Non devi però possederle tutte per fare un buon lavoro, perché è sufficiente ragionare in termini di comunità aperte sempre connesse: se sai a chi chiedere e conosci quel tanto che basta il suo linguaggio, sei a un passo dalla soluzione del tuo problema specifico, anche se tu non hai materialmente quella soluzione in mano. E viceversa.

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